CPEM: “L’ultimo regalo di Calenda: la rottamazione del minieolico”

CPEM

Dura critica dell’associazione del mini eolico CPEM all’impostazione del decreto FER che rende di fatto impossibile la sostenibilità economica delle nuove macchine fino a 60 kW di potenza. Si favoriscono di più turbine rigenerate. Nessuna sanatoria per gli impianti ancora non allacciati a fine 2017.

12 marzo 2018 | Carlo Buonfrate

Con questo articolo iniziamo a pubblicare le reazioni al decreto FER (pdf) che abbiamo pubblicato in anteprima venerdì 9 marzo. La bozza del tanto atteso nuovo decreto FER, sbandierata in pieno clima elettorale dal ministro Calenda dopo un colpevole ritardo di quasi un anno, è un deludente documento partorito fra le mura del MiSE in solitudine, avulso dalla realtà del nostro paese, soprattutto per quanto riguarda la generazione distribuita di energia che rischia di uscire definitivamente dalla scena delle rinnovabili. Di questo indirizzo strategico si è palesato il sospetto leggendo la SEN che sembrava liquidare le energie di piccola taglia come inefficienti e non competitive. Per il minieolico, in particolare, la bozza sembra essere stata scritta dalle lobby della rigenerazione sull’onda di un’irrazionale campagna di rottamazione del nuovo a favore dell’usato che sentenzierebbe la fine di uno dei pochi settori che in Italia si è caratterizzato per un reale radicamento industriale nel nostro paese.

Già i precedenti due decreti sulle FER elettriche non fotovoltaiche, nonostante le denunce del CPEM sfociate anche in una sterile interrogazione parlamentare, hanno elargito al minieolico incentivi indifferenziati per turbine nuove e rigenerate provocando l’incontrollata proliferazione di impianti usati, spesso inefficienti e di scarsa affidabilità, che oggi si stima coprano quasi due terzi dell’installato totale. La concorrenza sleale di queste macchine a basso costo ha eroso progressivamente il mercato del nuovo, aggravandosi a partire da luglio del 2017 per il taglio degli incentivi da 268 €/MWh a 190 €/MWh previsti dal DM 2016 previsti per la taglia di 60 kW, modello più diffuso in Italia. Con l’ulteriore taglio a 140 €/MWh contenuto nella bozza appena diffusa, la sostenibilità economica degli impianti minieolici appare inesorabilmente appannaggio delle sole turbine rigenerate, Un fatto ancora più critico che certificherebbe la fine dell’industria italiana del minieolico è l’eliminazione dell’accesso diretto agli impianti di piccola taglia.

Senza questa protezione i piccoli impianti eolici fino a 100 kW (taglia peraltro non coerente con il titolo autorizzativo semplificato vigente) costretti a concorrere con impianti eolici fino a 1 MW, seppure questi ultimi con incentivi ridotti di 90 €/MWh, non avrebbero nessuna possibilità di garantirsi una posizione utile nei registri, per almeno tre ordini di motivi:

1. l’innaturale concorrenza con impianti fotovoltaici che, con le generose tariffe di 110 €/MWh fino a 100 kW e 90 €/MWh fino a 1 MW, toglierebbe ogni chance di competitività al piccolo eolico rispetto al fotovoltaico a causa del più alto costo specifico dell’investimento e dell’ininfluenza delle economie di scala.Per una taglia da 100 kW il costo di oltre 300.000 euro di un nuovo impianto minieolico chiavi in mano, pur partendo da un incentivo un po’ più alto, non sarebbe mai in grado di competere con il costo di quasi due terzi inferiore di un impianto fotovoltaico;

2. l’esiguità del plafond di 35 MW messo a disposizione per bando quadrimestrale, per fotovoltaico ed eolico, che risulterebbe fortemente sbilanciato a favore del primo per le ragioni di cui al punto precedente;

3. l’irrazionale meccanismo di riduzione delle tariffe di riferimento fino ad un 30% che, con 98 €/MWh (tariffa di 140 €/KWh scontata del 30%), oltre a risultare economicamente insostenibile per il sensibile allungamento del ritorno dell’investimento, toglierebbe ogni esigua speranza di entrare in graduatoria ad un impianto minieolico nuovo di fabbrica.

È da segnalare inoltre la sparizione della taglia da 20 kW al cui miglioramento molte aziende avevano lavorato nell’ultimo anno, nella speranza di un sostegno ad una tipologia di turbina prediletta nel settore agricolo e agro-turistico. Da non dimenticare infine la drammatica situazione di centinaia di impianti non allacciati entro la fine dello scorso anno, spesso per inefficienze amministrative e del gestore di rete, che, pur riducendosi la tariffa del 30%, dovranno sottostare alla lotteria del primo registro: il CPEM aveva avuto indicazioni circa una sanatoria a favore di queste tipologie di impianti, raccolti in un apposito elenco.

La conversione in legge della bozza, così come congegnata, porterebbe insomma alla rapida saturazione del plafond di molti piccoli impianti fotovoltaici e di pochi aerogeneratori ricondizionati di potenza medio-alta (800-1000 kW), tagliando inesorabilmente fuori l’industria italiana del minieolico che tanti benefici ha creato in termini di ricadute economiche, occupazionali e tecnologiche.

Rischia insomma di scomparire un fiorente mercato che dai dati Terna registra nel 2017 l’installazione in Italia di quasi 2.000 impianti di potenza fino a 60 kW per una potenza complessiva di 107 MW. Un dato sorprendente se confrontato con gli appena 250 MW del grande eolico installati con meno di trenta impianti. La speranza che coltiviamo come CPEM è che la bozza sia bloccata prima del suo invio a Bruxelles e che il nuovo governo sappia valorizzare le rinnovabili più nei fatti che nelle dichiarazioni che in questi ultimi anni si sono sprecate.

 

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